Postqualitative Inquiry: disarticolare il metodo, riconfigurare la ricerca

Editors: prof.ssa Loretta Fabbri & prof.ssa Francesca Bracci

Deadline for abstracts: 15 giugno 2026

Gli interessati dovranno inviare la loro proposta via email al Comitato di Redazione (civitas.educationis@unisob.na.it), allegando un file in formato Word ove siano riportati:

  • titolo dell’articolo proposto;
  • 5 parole chiave;
  • un long abstract (max. 600 parole);
  • nome e cognome dell’autore con relativa eventuale affiliazione;
  • recapito e-mail per comunicazioni.

Una configurazione epistemologica in tensione

La ricerca educativa ha operato a lungo entro una configurazione epistemologica relativamente stabilizzata: una soggettività conoscente, un mondo rappresentabile, dati disponibili alla raccolta e all’analisi, metodi in grado di garantire validità, chiarezza e riconoscibilità, sia che si parli di metodi qualitativi, quantitativi o misti. Questa configurazione non è semplicemente metodologica. È una formazione onto-epistemologica che organizza ciò che può essere pensato, nominato e praticato come ricerca. È in atto un processo di disidentificazione rispetto a epistemologie più a consolidarsi che a entrare in conversazione con posizionamenti diversi (Lykke, 2018). Le epistemologie della ricerca si manifestano nei dispositivi che regolano la produzione di conoscenza: nelle relazioni accademiche, nei criteri di valutazione, nei processi di selezione e di riconoscimento. Definiscono cosa fare e come sapere, ma anche chi ha titolo per produrre conoscenza, insegnarla e trasmetterla. Anche la “metodologia qualitativa convenzionale” (St. Pierre, 2017), nata per costruire visioni diverse da metodologie quantitative, funziona come un contenitore con categorie ben identificate, dentro cui i progetti devono essere collocati affinché risultino leggibili e legittimi. I metodi non operano come supporto tecnico, ma sono dispositivi di stabilizzazione del pensiero e di regolazione dell’intelligibilità.Nel presente, tale configurazione non scompare. Mostra però un crescente disallineamento rispetto alle trasformazioni ontologiche, tecnologiche e politiche che attraversano il campo educativo. Non si tratta di aggiornare strumenti o lessici. Si tratta di riconoscere che le categorie che hanno retto la ricerca educativa moderna — soggettività, dato, analisi, rappresentazione, validità — non riescono più a contenere il troppo della ricerca, la sua eccedenza, le sue implicazioni materiali e politiche.

Incommensurabilità

L’indagine postqualitativa prende forma dentro una constatazione teoricamente decisiva: l’incommensurabilità tra le epistemologie poststrutturaliste e la metodologia qualitativa umanistica convenzionale. St. Pierre (2017), teorica dell’approccio postqualitativo, lo afferma con nettezza: queste strutture non possono essere pensate insieme, perché si fondano su concezioni differenti — e incompatibili — di linguaggio, potere, agency, realtà, conoscenza. Ne consegue che categorie come postumanesimo, poststrutturalismo o femminismo materialista, che caratterizzano il dibattito epistemico, non possono essere altrettante cornici teoriche da applicare a un impianto metodologico già dato. Non è possibile utilizzare Deleuze (1987), Derrida (2007, 2008), Foucault (1972, 1982), Barad (2007) o Haraway (1991) come strumenti interpretativi da sovrapporre ai dati. Non è possibile mantenere intatto il dispositivo metodologico e, insieme, spostarne i presupposti ontologici. Il problema non riguarda, dunque, l’uso più o meno sofisticato dei metodi. Riguarda la loro stessa condizione di possibilità.

Sospendere il metodo

L’indagine postqualitativa non introduce un nuovo metodo. Non amplia il repertorio delle metodologie qualitative. Non fornisce procedure replicabili. Essa implica, più radicalmente, una sospensione della metodologia come struttura normativa e come garanzia anticipata della ricerca. L’indagine postqualitativa non dispone di metodi, regole o processi preesistenti da applicare (St. Pierre, 2011). Essa richiede piuttosto una lunga preparazione teorica che rende impossibile non pensare con le teorie che ci attraversano. In questa prospettiva, il rigore non coincide più con la conformità procedurale, ma con la consistenza onto-epistemologica del lavoro di pensiero. Sospendere il metodo non significa rinunciare alla responsabilità teorica. Significa sottrarsi all’idea che il metodo possa garantire, in anticipo, l’esito della ricerca. Significa accettare che l’indagine si muova senza protezione, esposta a ciò che eccede, a ciò che non può essere ancora nominato, a ciò che non trova posto nelle categorie già disponibili.

Soggettività emergenti

L’indagine postqualitativa non assume una soggettività conoscente come origine della conoscenza. Assume invece soggettività emergenti, prodotte nelle intra-azioni materiali e discorsive che compongono l’indagine. La metodologia qualitativa convenzionale si fonda su una precisa descrizione dell’essere umano, come mostra St. Pierre (2011): una figura relativamente coerente, intenzionale, riflessiva, capace di esperienza e di parola, che occupa il centro dell’impresa conoscitiva. L’indagine postqualitativa interrompe questa centralità. Le soggettività non precedono la ricerca. Non garantiscono accesso al reale. Non costituiscono il fondamento da cui il mondo viene osservato o interpretato. Esse emergono piuttosto come effetti di relazioni, assemblaggi, materialità, temporalità e forze che eccedono il soggetto umanista moderno. In questo senso, parlare di soggettività significa spostare l’attenzione dalla presunta autosufficienza del soggetto alle condizioni relazionali e materiali del divenire.

Il problema del dato

Nel quadro postqualitativo, il dato non è un punto di partenza stabile. Non è ciò che la ricerca raccoglie dal mondo per poi analizzarlo. Non è il fondamento delle affermazioni conoscitive. Si problematizza radicalmente l’idea stessa di dato, mostrando come linguaggio e significato eccedano ogni tentativo di chiusura rappresentazionale (St. Pierre, 2013, 2017). Le parole di un’intervista, le note di campo, le tracce documentali non possono essere trattate come contenitori neutrali di realtà. Esse sono prodotte dentro configurazioni epistemiche specifiche e non esistono come evidenze innocenti. Il dato, in questa prospettiva, è prodotto, non raccolto; è situato, non neutro; è effetto di condizioni materiali, discorsive e istituzionali. Ne consegue che operazioni come codifica, categorizzazione, tematizzazione e analisi non possono essere assunte come universali o autoevidenti. Esse appartengono a una specifica ontologia della rappresentazione che l’indagine postqualitativa mette in discussione.

Scrittura come indagine

La scrittura non segue l’indagine. Non è il momento finale in cui si restituiscono risultati già prodotti altrove. È il luogo in cui l’indagine accade.

Scrivere è un metodo di indagine (Richardson & St. Pierre 2005). La scrittura non rappresenta semplicemente il reale: genera condizioni di pensabilità, attiva concetti, produce connessioni, sposta le domande, apre il campo.

Nel quadro postqualitativo, scrivere non significa riferire, ordinare, dimostrare. Significa pensare. Significa esporsi alla possibilità che qualcosa accada nel testo e attraverso il testo. In questo senso, la scrittura è una pratica epistemica e ontologica, non una traduzione o una resa finale di ciò che si è già capito.

Empirismo radicale e nuovo

L’indagine postqualitativa si colloca dentro un empirismo radicale che non cerca le condizioni di possibilità dell’esperienza, ma le condizioni del nuovo. Essa si orienta verso ciò che non è ancora pensato, verso ciò che emerge senza poter essere anticipato o replicato (St. Pierre, 2017). Questo implica sospendere la ricerca di generalizzazione, rifiutare la replicabilità come criterio dominante, assumere la singolarità degli eventi e delle relazioni come questione epistemica fondamentale. L’empirico non è ciò che è già lì e attende di essere registrato. È ciò che accade. È l’emergenza di qualcosa che il metodo, se applicato come dispositivo di contenimento, tende a neutralizzare.

L’eccedenza della ricerca

Le metodologie preesistenti risultano insufficienti rispetto al troppo dell’indagine. St. Pierre (2017) insiste sul fatto che ciò che appare troppo, eccedente, non riconoscibile o “troppo strano” costituisce precisamente la provocazione epistemica da cui l’indagine dovrebbe prendere avvio. L’indagine postqualitativa non riduce questa eccedenza. Non la addomestica. Non la converte immediatamente in oggetto analizzabile. Si situa piuttosto al suo interno, assumendo che proprio lì — dove le regole non possono più essere applicate senza resto — il pensiero può essere costretto a muoversi.

Ciò che questa call rende possibile

Questa call non invita a “applicare” l’indagine postqualitativa. Non cerca contributi che traducano il postqualitativo in tecnica, sequenza o modello. Accoglie contributi che interrogano le condizioni di possibilità della ricerca, che mettono in tensione metodo, dato e soggettività, che assumono l’indeterminazione come condizione epistemica e che sviluppano pratiche di pensiero non riconducibili a procedure replicabili. Sono particolarmente rilevanti contributi che si muovano, anche trasversalmente, lungo linee di interrogazione quali: sospensione della metodologia; soggettività emergenti; empirismo radicale; scrittura come pratica di ricerca; studi sulla pratica e sociomaterialità; femminismo postumano; approcci diffrattivi; prospettive decoloniali ed epistemic injustice; intelligenza artificiale come dispositivo epistemico. Queste non costituiscono aree tematiche in senso stretto. Costituiscono, piuttosto, spazi di interrogazione e di tensione.

Forme

Sono accolti contributi che eccedano la forma accademica standard, purché teoricamente rigorosi e coerenti con il proprio posizionamento onto-epistemologico. La forma, in sé, non costituisce criterio di validità. Lo è la tenuta teorica del testo e la sua capacità di lavorare con l’indagine senza ricondurla a una forma già normata.

Maggiori info dal sito UniSob!